PARROCCHIA SANTA GIOVANNA ANTIDA THOURET

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Storia del Pontificato

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Urbano  IV

 

Fonte: Wikipedia

Urbano IV, nato Jacques Pantaléon (Troyes?, ca. 1195 – Perugia, 2 ottobre 1264), fu Papa dal 1261 alla sua morte.

Era figlio di un calzolaio di Troyes in Francia. Dopo aver studiato teologia e legge a Parigi, fu canonico a Leon e arcidiacono di Liegi. Nel 1251 Innocenzo IV lo creò vescovo di Verdun e lo impiegò come legato in Germania. Alessandro IV lo nominò invece Patriarca di Gerusalemme.

Alla morte di Alessandro IV avvenuta il 25 maggio 1261, gli otto cardinali che si trovavano a Viterbo che dovevano nominare un suo successore, si resero conto che ci voleva un pontefice risoluto. Non mancarono i pro e i contro, ed infatti la sofferta decisione venne con molto ritardo. Nè riuscirono a far convergere i voti su uno di loro. Bisognò aspettare quasi la fine di agosto, quando la scelta cadde sul francese Jacques Pantaleon, un elemento estraneo al Sacro Collegio.

Il prelato si trovava a Viterbo per una questione inerente i Cavalieri di San Giovanni, e fu sbigottito quando gli venne comunicata l’inaspettata nomina. Nonostante il suo papato durasse poco, fece in tempo a sconvolgere l'Italia, perché poco prima di morire chiamò gli Angioini, che non se ne sarebbero più andati.

Il nuovo pontefice, fin dall'inizio del suo pontificato, si mostrò nemico di Manfredi di Sicilia e continuatore della politica dei suoi predecessori. Ordinò infatti allo svevo di richiamare i Saraceni che erano penetrati nella campagna romana; bandì contro di lui una crociata; nominò capo delle milizie papali, nelle quali arruolò tutti i fuorusciti del mezzogiorno, Ruggero di Sanseverino, acerrimo nemico di Manfredi; cercò di dissuadere Giacomo D' Aragona dal dare in moglie al figlio Pedro la figlia di Manfredi, Costanza; e, infine, il 6 aprile del 1262, rinnovata la scomunica contro di lui, lo citò a comparirgli dinanzi per giustificarsi delle gravissime colpe di cui era accusato.

Urbano IV era comunque consapevole che le armi spirituali non erano sufficienti a debellare Manfredi. Convinto che occorresse trovargli un antagonista valoroso, potente, ambizioso, che potesse, con le sue forze, togliere il regno al rivale, capeggiare il Guelfismo e mantenersi devoto alla Santa Sede, il Pontefice individuò questa figura in Carlo I D'Angiò, del quale, nel 1248, in occasione della spedizione di Luigi IX in Egitto aveva ammirato il coraggio, il valore e la costanza.

Sebbene non fosse di tal natura da rimanere, dopo il successo, assolutamente ligio ai voleri del Papato, Carlo era l'uomo che più d'ogni altro avrebbe potuto giovare alle trame della Curia romana contro Manfredi. Il Pontefice affidò le trattative con Carlo all'arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli. Questi, mosso da odio per Manfredi, seppe rimuovere ogni difficoltà con grande astuzia: ottenne che Edmondo d'Inghilterra rinunciasse ai diritti sul regno di Sicilia conferitigli da Alessandro IV, convinse Luigi IX di Francia a non intralciare le mire del fratello Carlo e riuscì a far concludere al Papa un trattato con Carlo d'Angiò, mediante il quale questi riconosceva alla Santa Sede l'alta sovranità sul regno siciliano, ne riceveva dal Pontefice l'investitura, rinunciava al possesso di Benevento e si obbligava a pagare alla Curia romana un tributo annuo di diecimila once d'oro. Poiché durante le trattative il partito guelfo romano aveva eletto senatore della città Carlo d'Angiò, questi giurò al papa di deporre la potestà senatoria non appena fosse venuto in possesso del regno siciliano.

Le trattative tra la Curia romana e Carlò d'Angiò non erano rimaste ignote a Manfredi. Egli si rendeva conto che il rivale che la Santa Sede gli metteva di fronte era un uomo temibile ed ambizioso; prevedeva inoltre che si sarebbero schierati con lui tutti i Guelfi d'Italia ed era sicuro che, all'avvicinarsi dell'Angioino, i tiepidi amici lo avrebbero abbandonato ed avrebbero ripreso animo i numerosi nemici occulti che si celavano nel regno, pronti a salire sul carro di un qualsiasi suo avversario. Volendo rafforzare la sua posizione e intimorire gli avversari prima che Carlo scendesse in campo, Manfredi ideò un piano audace: impadronirsi di Roma e di Orvieto, dove risiedeva la corte pontificia. A tale scopo chiamò nella marca d'Ancona le milizie del conte Giordano; mandò Percivalle d'Oria con un forte contingente di cavalieri ed arcieri saraceni nel ducato di Spoleto; per chiudere la via del mare ai Guelfi di Roma inviò ad Ostia il romano Tebaldo Annibaldi; e lanciò contro la città alcuni gruppi di fuorusciti romani comandati da Pietro di Vico. L'impresa però riuscì solo in parte: Percivalle D'oria, mentre marciava su Orvieto, morì annegato nelle acque della Nera e Pietro di Vico, giunto alle porte di Roma, fu respinto dai Guelfi. Mentre nella marca d'Ancona due capitani delle milizie pontificie, il conte d'Anguillara e il vescovo di Verona, furono sconfitti e fatti prigionieri, ad Orvieto il Papa corse il pericolo di cadere in mano alle truppe sveve e a stento riuscì a fuggire e a rifugiarsi a Perugia. Da questa città Urbano IV inviò un appello urgente all'angioino, ma non riuscì mai a vedere le armi della Francia scendere in campo contro lo scomunicato svevo; ammalatosi nella fuga da Orvieto, morì il 3 ottobre del 1264 e fu sepolto nel duomo della città.

Fra le sue iniziative di carattere religioso ci furono la venerazione del Sacramento Eucaristico, con l'istituzione della festa del "Corpus Domini", che però, a causa della sua morte, divenne effettiva ed operante solo dopo il concilio di Vienne del 1311 e la riforma dell'Inquisizione medioevale: le inchieste dovevano essere controllate da un pubblico notaio, e le confessioni dovevano essere recepite da persone religiose prudenti, da consultarsi prima di pronunziare le sentenze.