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Storia del Pontificato

Paolo VI_Pellegrino in Terra Santa

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Paolo VI

 

Fonte: www.cronologia.it

Paolo VI, al secolo GIOVANNI BATTISTA MONTINI, apparteneva ad una cospicua famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche; era figlio di Giorgio Montini, deputato del Partito Popolare per tre legislature. Compiuti gli studi preso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920. 

Divenne quasi subito, nel 1924, uomo di Curia con la nomina di aiutante dentro la Segreteria di Stato del Vaticano. Parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato.

Nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII. Anche se come suo segretario formalmente non fu mai, il successivo ventennio di collaborazione con Papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e poi pontefice.
La sua epoca sarà segnata dal passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, dalla svolta mondiale della "guerra fredda" e dal successivo "disgelo", dal nuovo porsi della Chiesa Romana di fronte al mondo, dalla problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare.
Infine la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra la Santa Sede e i Paesi comunisti.

Nel 1952 veniva eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari.
Nel 1954 (stranamente e senza il cappello cardinalizio - sembrò quasi un allontanamento dalla Segreteria) fu nominato  arcivescovo di Milano proprio da Pio XII. Cardinale fu nominato solo nel 1958 ma da Giovanni XXIII. E quando Papa Roncalli indisse il Concilio, Montini collaborò attivamente (Lettera Pastorale: Pensiamo al concilio, della Quaresima del 1962).

Alla morte di Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 Montini gli succedette e rimase sul soglio per 15 anni e 46 giorni. Primo compito del nuovo Papa fu la conduzione del Concilio, compito tutt'altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria.
La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII. Uomo di grande carità e mitezza Paolo VI non riuscì ad inserirsi in pieno nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposti nei confronti della sua figura. Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti, forse impulsivamente, consideravano una nuova era della storia della Chiesa Romana. Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare o ecumenico e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Ci basta qui ricordare e considerare la lettera enciclica "Populorum Progressio" del 26 marzo 1947 che ben si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la "Gauduium er Spes" del 7 dicembre 1965).



Quella di Montini fu una successione difficilissima, perchè, lui uomo di curia, non possedeva la simpatia e il calore di quel "curato di campagna" com'era papa Roncalli. Fu sempre considerato, gelido, amletico, dubbioso e pieno di tormenti, tanto da essere soprannominato "Paolo il Mesto" giocando sulle parole "Paolo Sesto". Dopo - le prime in assoluto - uscite di Papa Giovanni dalle mura vaticane per recarsi fuori Roma,  fu proprio Paolo VI ad inaugurare l'usanza dei viaggi anche all'estero, in ogni angolo del mondo. Ma è anche il Papa che si è trovato a dover gestire i momenti più difficili e delicati del dissenso cattolico in Italia. Compresi  tutti gli altri fermenti dentro la società contemporanea.



Ma alcuni di questi fermenti avvengono proprio nella Chiesa: veri e propri atti di ribellione dei fedeli - senza precedenti -  alla struttura gerarchica e al potere della Chiesa che abbiamo accennato negli scorsi anni. Da non dimenticare infine, col suo tradizionalismo ortodosso, nonostante tanti slanci di solidarismo, il travaglio vissuto da Paolo VI, nell'impervio cammino di due importanti e storiche leggi di questo periodo: quella del divorzio e quella dell' aborto. Si evitarono le vere e proprie  "guerre di religione"  nelle piazze (consenzienti anche i comunisti), ma le battaglie dentro le segreterie dei partiti furono all'ultimo sangue; le più feroci dentro lo stesso partito che aveva emblema proprio la croce cristiana. Paradossalmente i democristiani temevano di perdere elettorato, mentre i comunisti pure.



Entrambe le due questioni, e soprattutto poi i risultati, hanno addolorato profondamente Paolo VI, Lui che voleva ad ogni costo avere un dialogo proprio con "il popolo di Dio" del mondo contemporaneo indicatogli da Giovanni XXIII (soprattutto con il contenuto della enciclica Mater et magistra e con la temeraria Pacem in terris, in cui fece crollare muraglie e preconcetti secolari appellandosi a intese e collaborazioni con i non credenti) dovette vivere il periodo forse più drammatico della Chiesa sul piano non solo dottrinale ma etico. Una sua frase esprime in un modo non solo metaforico questo grande travaglio:  "Aspettavamo la primavera ed è venuta la tempesta".  (il 26 marzo del 1967 Paolo VI aveva promulgato l'enciclica  Populorum pregressio, chiaramente impostata sulla base offerta dalle due grandi encicliche giovannee. Vi ribadiva la "questione sociale" (persona umana, lavoro, proprietà) che riconsiderava alla luce delle nuove dimensioni "che è oggi mondiale".



La lettera apostolica "Octogesima Adveniens del 1971, rivela ultetriormente la condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sua sensibilità sociale. Particolare coraggio e spirito pastorale animerà poi Paolo Vi nella questione della regolamentazione delle nascite (Eniclica "Humanae Vitae") e del problema della fede e dell'obbedienza alla gerarchia.

 

Uno dei momenti forti del suo pontificato fu l'anno giubilare, Anno Santo indetto nel 1975, che portò circa 8.500.000 di pellegrini a Roma.
Preoccupato delle dissidenze di destra e di sinistra in seno alla Chiesa, pervenne infine alla sospensione a divinis del vescovo tradizionalista M. Lefebvre e alla riduzione allo stato laicale dell'ex abate di San Paolo don Franzoni, fondatore di una Comunità di base di ispirazione socialista.


L'ultimo periodo della sua vita, reso difficile da una salute malferma, fu poi rattristato profondamente dal rapimento e poi uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro.
In quei drammatici giorni del sequestro intervenne con un accalorato appello lanciato ai sequestratari di Moro, e poi alle sue esequie apparve addolorato e visibilmente sofferente.



L'ultima volta che apparve in pubblico fu proprio per i funerali di Moro. Ma fu anche molto criticato da un certo clero che gli rimproverò fino all'ultimo questi suoi "atteggiamenti"  e di aver voluto portare la sua pietà a un uomo ribelle come Moro.
Il cardinale Siri (il "papa non eletto" come suo successore per soli 4 voti, che andarono invece a  Wojtyla) era il più irriducibile nemico di Aldo Moro.
Lo accusava di fare dei grossi e gravi danni alla Democrazia Cristiana. " I fedeli che pensano di essere con lui sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx" e aggiungeva "sulla questione, (i flirt con i comunisti) Moro è sfuggente, così evasivo e sgusciante che mi verrebbe voglia di dargli un pugno in faccia. Me lo impedisce la mia veste". 
Anselmi il direttore dell'ANSA, racconta in un suo recente "Diario", che quando nel '78 gli comunicò il rapimento di Moro, il cardinale gli rispose: "Ha avuto quel che si meritava". Infine criticò aspramente la decisione di PAOLO VI quando partecipò ai funerali dello statista ucciso: "Neppure il Papa dei Borgia si recò alle esequie del figlio Giovanni ucciso da Cesare".(Espresso n. 20, anno XLIV).

Paolo VI, oltre alle scatenanti dispute politiche (e nelle due leggi sopra accennate si andò molto vicino a una vera e propria "guerra di religione" - che temeva persino il PCI)  venne a trovarsi nel bel mezzo del "dissenso cattolico", dove la Democrazia Cristiana non prendeva più ordini dalla Chiesa (*);  dove c'era l'esodo di un terzo dei sacerdoti e delle religiose,  e i giovani dell'Azione Cattolica da 3 milioni erano scesi a seicentomila.

Molti - perfino i figli di grossi esponenti della DC - sono entrati nelle file della sinistra, in quelle più estremistiche e perfino nei gruppi terroristici. L'intellighenzia clericale  e diversi  cattolici praticanti abbandonano in massa le chiese, come nel caso di Don Milani e Don Mazzi, e clamorosamente perfino i seminaristi di Verona e 91 preti di Firenze esprimono al prete dell'ISOLOTTO - il "grande ribelle" - e alla sua   comunità, piena solidarietà con polemiche antitesi  nei confronti della vecchia gerarchia ecclesiastica, del tutto assente ai problemi reali; che scambiano molto frettolosamente i fermenti delle piaghe sociali come delle "minacce marxiste"; come le va etichettando la destra. Ma i ribelli non le esternarono solo in piazza queste antitesi, ma scrissero al Papa; e Paolo VI  rispose di suo pugno, ma per nulla sintonizzato a quegli umori e a quei disagi. Anche lui, in parte segue la linea di Pio XII che consigliava Gedda "di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali" (L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite, pag.147).



Non era mai accaduto nella storia della Chiesa che, mentre un cardinale celebrava la santa Messa, i parrocchiani uscissero per protesta dalla chiesa. Fu una lacerazione che ebbe poi un seguito, politicizzato, come la nascita del Socialismo cristiano, il "progressismo cattolico"; e infine lo sconquasso dell'ecumenismo conciliare. Fin dall'annuncio, il Concilio Vaticano II, era stato osteggiato dai conservatori e criticarono  Giovanni XXIII, poi convinti che morto lui non se ne sarebbe più parlato, ci fu la grande delusioni con l'avvento di Paolo VI. Infatti Papa Montini  riaprì i battenti, e le critiche si riaccesero.

Tempi colmi di tanta amarezza quelli di Paolo VI, che coincidevano  con i presagi del "segreto" di FATIMA, che non volle mai divulgare per non allarmare e angosciare ancora di più i credenti, creare disillusioni nella Provvidenza divina. 

Se Pio XII aveva molto sofferto intellettualmente per la guerra mondiale, prima, durante e dopo (e le polemiche su certi atteggiamenti non sono finite nemmeno nell'anno 2000), Paolo VI ( quand'era alla Segreteria- zittito dai nazisti in modo molto esplicito e con i ricatti) ha molto sofferto fisicamente anche lui per la Chiesa e soprattutto per l'intera società di questi ultimi anni: quella "finalmente", dissero in molti, "libera". Libera  ma senza alcun altro punto di riferimento, allo sbando, con la politica di ogni schieramento, laico, marxista, cattolico, avviata su strade - pur con un retroterra culturale impregnato di ideologie storicamente diverse o meglio fino a pochi anni prima formalmente e sostanzialmente divergenti - che ora tutte viaggiavano in parallelo verso la stessa direzione, ognuna impegnata ad allargare il proprio "nuovo  regno" senza andare per il sottile.