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Storia del Pontificato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Paolo  III

 

Fonte: Wikipedia

Paolo III, nato Alessandro Farnese (Canino, 29 febbraio 1468 - Roma, 10 novembre 1549), fu Papa dal 1534 alla sua morte. Convocò il Concilio di Trento nel 1545.

La giovinezza

Nato come Alessandro Farnese, a Canino, nell'Alta Tuscia Laziale (oggi provincia di Viterbo), era figlio di Pier Luigi Seniore e Giovannella Caetani , discendente dalla famiglia di Papa Bonifacio VIII.

Alessandro era d'intelligenza e modi vivaci, per questo motivo provocò diversi guai alla famiglia. Tuttavia i genitori decisero che doveva abbracciare la carriera ecclesiastica, pertanto stabilirono che dovesse avere la migliore educazione possibile e già nel 1482 gli acquistarono un posto di Scrittore Apostolico. I suoi precettori furono l'umanista Pomponio Leto, per quanto riguardava le lettere antiche, la storia e la cultura classica, e lo scienziato Alberto Piglio, per le discipline matematiche e scientifiche. Nonostante l'impegno nello studio, la sua vita era fatta di stravizi e bagordi (era amante soprattutto delle donne e del vino) per cui la madre, preoccupata per la carriera futura del figlio decise di chiudere i cordoni della borsa. Alessandro giurò, allora, vendetta alla madre. Non sappiamo con precisione cosa avvenne, ma la cosa certa è che finì nelle segrete di Castel Sant'Angelo. Forse Alessandro fece rinchiudere la madre sull'Isola Bisentina per convincerla a fornirgli il denaro di cui necessitava, in ogni caso, ella riuscì a far pervenire un messaggio al Papa, che fece arrestare e mettere in prigione il figlio. Alessandro rimase in carcere per un periodo di tempo piuttosto lungo, ma uno zio, dopo aver corrotto una guardia, lo fece evadere. Il Papa non fu entusiasta dell'accaduto, ma decretò solamente che il ragazzo dovesse stare lontano da Roma per un certo periodo di tempo. Per salvare la faccia della [Farnese (famiglia)|famiglia]] questo allontanamento non doveva sembrare un esilio, così venne colta l'occasione per mandare il giovane a proseguire gli studi presso la corte di Lorenzo il Magnifico, dove poté assistere alle lezioni di Marsilio Ficino, conobbe Pico della Mirandola e incontrò il fior fiore dei rampolli della nobiltà italiana, futuri papi, re, duchi, cardinali, artisti, letterati e poeti.

Il ritorno a Roma e il pontificato di Alessandro VI

Nel 1489, giudicando la sua cultura completa, Alessandro tornò a Roma con una lettera del Magnifico che gli permise di diventare, nel 1491, Protonotaio Apostolico della cancelleria pontificia. La sua nuova posizione e la passione del cardinale Rodrigo Borgia, vice cancelliere pontificio, per sua sorella Giulia, gli aprirono le porte della corte pontificia. L'anno successivo Innocenzo VIII morì e gli succedette Rodrigo Borgia con il nome di Alessandro VI. Nel settembre del 1493 il nuovo papa elevò alla porpora cardinalizia, come cardinale diacono, Alessandro. Nel 1494, nel castello di Capodimonte morì di malattia suo fratello Angelo e, sia lui che Giulia contrassero lo stesso morbo, ma si salvarono grazie ad un medico mandato da Alessandro VI.

La discesa improvvisa di Carlo VIII in Italia convinse il papa a nominare, in concistoro segreto, Alessandro Legato di Viterbo, con la speranza che la sua presenza avrebbe fermato i francesi, ma così non fu e, anche Giulia, che andava al matrimonio della sorella Gerolama, fu catturata dai francesi. Il papa condusse trattative per la sua liberazione, che andarono a buon fine, ma non perdonò Alessandro per la perdita di Viterbo e per la cattura della sua amante. La cosa peggiore fu, comunque il voltafaccia degli Orsini, che passarono al soldo dei francesi, cedendogli la fortezza di Bracciano e quindi l'accesso a Roma. Questa manovra fece perdere ulteriore credibilità al Cardinale Farnese, visto che i destini della sua famiglia si erano più volte intrecciati con quella degli Orsini. Però, dopo che il Valois ebbe giurato fedeltà al Papa, questi volle ricondurre all'obbedienza i feudatari che gli erano stati infedeli. I primi a subire la vendetta del Papa furono proprio gli Orsini, che furono condannati alla confisca dei beni. Il 16 luglio 1496 Alessandro VI rimandò il cardinale a Viterbo, ma dopo soli due mesi nomino il figlio, Duca di Gandia, console della città.

Ormai la stella di Alessandro Farnese sembrava tramontata e così il cardinale decise di rimanere per qualche tempo confinato nelle sue terre. Tuttavia, nel 1499, Alessandro era nuovamente a Roma, giusto in tempo per vedere il pontefice scagliarsi contro la famiglia Caetani, la famiglia di sua madre. I beni dei Caetani vennero incamerati e rivenduti a Lucrezia Borgia per la somma, mai riscossa, di 80.000 ducati.

Nonostante il regno del terrore instaurato da Alessandro VI continuasse (perseguitò le famiglie Colonna e Savelli) il Farnese riuscì a sopravvivere e la sua costanza fu ripagata nel 1502, quando venne nominato Legato della Marca Anconetana. Lo stesso anno Alessandro conobbe la donna sconosciuta che gli dette i quattro eredi, due dei quali legittimati dal pontefice Giulio II, Pier Luigi e Paolo e due mai legittimati, Costanza e Ranuccio.

I pontificati di Giulio II, Leone X Adriano VI e Clemente VII

Alla morte di Alessandro VI (1503), il Farnese tornò a Roma per partecipare al conclave da cui uscì papa Papa Pio III Piccolomini, ma non passò molto che si dovette procedere all'elezione di un nuovo pontefice: Giulio II della Rovere. Costui reintegrò nei propri feudi i Caetani e riammise al favore papale gli Orsini ed i Colonna. Un altro passo importante fu il matrimonio tra il nipote del Papa Nicola della Rovere e la figlia di Giulia Farnese, Laura Orsini. Tale matrimonio rafforzò i legami di amicizia tra Alessandro e Giulio II, che presto si trasformarono in concessioni sempre più importanti per la famiglia. Il cardinale lasciò la legazione delle Marche nel 1509. Al suo ritorno a Roma lo aspettavano il titolo di Sant'Eustachio, una delle più ricche parrocchie di Roma, e la nomina a vescovo di Parma. L'acquisto del castello di Vico risale proprio a questo periodo. Purtroppo, nel 1510 Alessandro fu colpito dal primo lutto: moriva il secondogenito Paolo.

L'11 marzo 1513 salì al soglio di Pietro Giovanni Medici, che assunse il nome di Leone X. Fu proprio il Farnese che, in qualità di decano dell'ordine dei cardinali diaconi, annunciò alla folla l'elezione del Medici, vecchio amico dei tempi di Firenze, e che il giorno dell'incoronazione gli posò la tiara sulla testa. Il 15 marzo lo stesso Alessandro fu ordinato prete ed il 17 fu consacrato vescovo. Il nuovo pontefice trasformò in vicariato perpetuo i privilegi accordati dai suoi predecessori del secolo precedente sui feudi di Marta, Capodimonte, Canino e Gradoli. In questo anno iniziò anche la costruzione di Palazzo Farnese a Roma.

Gli anni successivi passarono tra la corte di Papa Medici ed i possedimenti farnesiani con lo scopo di rendere sempre più potente la famiglia. Nel 1519 il primogenito, Pier Luigi, sposò Gerolama Orsini, figlia del Conte di Pitigliano; da questa unione, nel 1520, nacque un altro Alessandro, destinato a diventare cardinale ed a proseguire i fasti della famiglia nella Città Eterna.

Il 1 dicembre 1521 moriva Leone X, così Alessandro Farnese, grazie all'accordo con il cugino del defunto Papa, il cardinale Giulio dei Medici, tentava la scalata alla tiara pontificia. Purtroppo l'ostinazione del cardinale Pompeo Colonna, acerrimo nemico dei Medici e degli Orsini, parenti del Farnese, portò all'elezione di un Papa straniero: il vescovo di Tortona, Adriano VI Florenz, un olandese già precettore di Carlo V, ma che i romani chiamavano barbaro. Adriano VI morì pochi mesi dopo la sua elezione, il 14 settembre 1523. Gli elettori si trovavano di nuovo in una empasse che Alessandro pensava di poter sfruttare dato che il Colonna stavolta non gli si sarebbe opposto. Ma, con suo grande disappunto, il Medici propose un Orsini ed il Colonna, pur di non permettere che un suo nemico fosse eletto Papa, si accordò col Medici e lo appoggiò per la sua elezione. Giulio dei Medici venne eletto il 19 novembre con il nome di Clemente VII.

La primavera successiva morivano i cardinali vice decano e decano del Sacro Collegio, aprendogli così la strada per quell'ambita carica. Il nuovo Papa, per consolare Alessandro della delusione, consolidò la sua antica amicizia con lui e lo consultava in ogni occasione dovesse trattare affari di stato. Nel 1524 moriva Giulia la Bella, artefice delle prime fortune di Alessandro.

I figli del cardinale, che sembravano destinati ad una vita di agi e di ozio, furono mandati al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia per poter effettuare il loro apprendistato militare. Ma, mentre Ranuccio restava fedele al Papa, Pier Luigi passò alle dipendenze di Carlo V e fu tra i primi ad entrare in Roma alla testa delle truppe imperiali. Pose il suo quartier generale a Palazzo Farnese, che fu così risparmiato dal saccheggio e dalle devastazioni. Dopo il ritiro dei lanzichenecchi, Pier Luigi non seguì gli imperiali, ma rimase nelle campagne romane al comando di una banda di tagliagole depredando e taglieggiando chiunque gli capitasse a tiro. A causa del suo comportamento il Papa lo scomunicò, ma suo padre lo convinse a fare ammenda dei propri torti e a tornare ad offrire la sua spada all'Imperatore. Nel 1529, alla morte di Ranuccio in Puglia, Clemente VII tolse l'anatema che aveva pronunciato su di lui. Dopo questi fatti Pier Luigi si ritirò nei domini di famiglia.

Il Papa vedeva nel Farnese il solo uomo in grado di proseguire il suo lavoro, pertanto, sentendo la salute vacillare cercava di prepararsi la successione. Quando Clemente VII morì, il conclave durò solo 24 ore. Era il 1534.

Finalmente Papa

L'elezione di Alessandro fu salutata dai romani in maniera sincera: fin dai tempi di Martino V nessun romano aveva più cinto la tiara, inoltre l'aristocrazia salutava l'elezione di uno dei suoi. Non appena eletto cercò di alleviare la miseria del popolo, di attirare stranieri in città per far ripartire l'economia e di riformare l'assetto interno della Chiesa. Nonostante i cattolici sperassero che il nuovo Papa riportasse la Chiesa nei giusti limiti, il primo atto importante che fece (18 dicembre 1534) fu la nomina a cardinale dei nipoti Alessandro Farnese e Guidascascanio Sforza, dell'età di quattordici e sedici anni rispettivamente. In campo internazionale, il nuovo Papa trovò un'Europa divisa dalle guerre: cattolici contro protestanti e Imperatore contro Re di Francia, inoltre alle sue porte era sempre in agguato il pericolo ottomano. Pochi mesi dopo la sua elezione, Paolo III dovette affrontare anche la riforma anglicana: il 3 novembre 1534 il Parlamento inglese dichiarava il re supremo e unico capo della Chiesa d'Inghilterra.

Paolo III cercò seriamente di migliorare la situazione ecclesiastica, per questo il 2 giugno 1536 emise una bolla che convocava un concilio generale a Mantova nel 1537. Ma sin dall'inizio gli stati tedeschi protestanti rifiutarono di inviare delegati ad un concilio in Italia, e lo stesso Duca di Mantova fece richieste tali che Paolo III inizialmente rinviò di un anno, e poi annullò l'intero progetto.

Qualche tempo dopo Paolo III chiamò a far parte del Sacro collegio una serie di personalità di alto profilo: Bembo, Aleandro, Maffei, Contarini, Carafa, Sadoleto, Pole, Cervini, Morone, Gilberti, Fregoso, Toledo, del Monte e Medici. Con l'aiuto di questi personaggi il Pontefice riformò la Camera Apostolica, la Sacra Rota, la Cancelleria e la Penitenzieria e creò una commissione cardinalizia per la riforma dei costumi del clero. Nel 1537 essi presentarono il Concilium de emendenda ecclesia, esponendo gravi abusi nella Curia, nell'amministrazione della Chiesa e nelle celebrazioni pubbliche; e proferendo molte parole a favore dell'abolizione di tali abusi e il “Consilium super reformatione”. Questo rapporto venne stampato non solo a Roma, ma anche a Strasburgo ed in altre città. Di pari passo, sempre in un'ottica prettamente nepotistica, nominò Pier Luigi Farnese Marchese di Novara e Gonfaloniere della Chiesa. Immediatamente dopo la nomina, Pier Luigi iniziò un viaggio attraverso i territori dello Stato della Chiesa e piegò facilmente ogni resistenza.

Il 14 marzo dello stesso anno Paolo III eresse il Ducato di Castro, vassallo della Chiesa, in favore di Pier Luigi e dei suoi discendenti maschi in ordine di primogenitura. Tale Ducato comprendeva tutti i vecchi feudi farnesiani, più le città di Nepi e Ronciglione. Nel timore che un giorno i territori castrensi potessero essere reclamati dalla Camera Apostolica, Paolo III dichiarò nulle e non avvenute le revoche che avessero eventualmente decretato i suoi successori. Nel 1538 Paolo III scomunicò Enrico VIII e lo dichiarò decaduto dal regno. I suoi sudditi erano sciolti dal giuramento di fedeltà, ma questa misura non ebbe effetti. Nonostante queste aperture e riforme della Curia, ai protestanti ciò non sembrò abbastanza; Martin Lutero mise come prefazione alla sua edizione (1538), una vignetta che mostrava i cardinali mentre pulivano le Stalle di Augia con le loro code da volpe, invece che con delle vigorose ramazzate. Eppure il Papa era onesto quando affrontò il problema della riforma. Egli percepiva chiaramente che l'imperatore non avrebbe avuto riposo fino a quando il problema non fosse stato affrontato sul serio, e che il modo più sicuro per convocare un concilio, senza pregiudizio per il Papa, era tramite una procedura inequivocabile che non lasciasse spazio al dubbio sulla prontezza del Papa a fare ammenda. Ciononostante è chiaro che il concilio non portò frutti nell'attuale situazione, e che a Roma nessun risultato fece seguito alle raccomandazioni del comitato. Il 4 novembre dello stesso anno, Ottavio Farnese, nipote del Papa, sposò la figlia di Carlo V, Margherita d'Austria. Con questo matrimonio, venendo a mancare il Papa, la famiglia Farnese sarebbe stata sotto la protezione dell'imperatore.

Gli eventi successivi generarono gravi complicazioni politiche. Allo scopo di investire il nipote Ottavio Farnese del Ducato di Camerino, Paolo III lo strappò con la forza al Duca Guidobaldo II di Urbino (1540). Egli inoltre si trovò in uno stato di guerra virtuale con i suoi sudditi e vassalli, a causa dell'imposizione di pesanti tasse. Perugia, che rinunciò all'obbedienza, venne assediata da Pier Luigi e perse completamente la sua libertà al momento della resa. I cittadini di Colonna vennero prontamente sconfitti, ed Ascanio Colonna venne bandito (1541). Dopo questi fatti sembrò il momento giusto per eliminare definitivamente l'eresia. Con la bolla “Regimini militantis ecclesiae” del 27 settembre 1540, Paolo III approvò la regola della Compagnia di Gesù, fondata nel 1534 da Sant'Ignazio di Loyola. I Gesuiti contribuirono enormemente alla Riforma cattolica, con la predicazione (specie degli Esercizi Spirituali), l'insegnamento, gli scritti, mettendosi al servizio della Chiesa, e divenendo milizia particolare del papato, a cui la Compagnia resta tutt'oggi legata tramite un quarto voto: rigorosa obbedienza al [Soglio di Pietro]] in campo missionario. Oltre ai Gesuiti, sotto il pontificato di Paolo III nacquero uno stuolo di nuove congregazioni religiose. Queste nuove congregazioni prediligevano la vita attiva rispetto a quella contemplativa. Anche alcuni tra gli Ordini più antichi si rinnovarono con nuovi rami.

Su suggerimento del cardinale Carafa e di Sant'Ignazio di Loyola, con la bolla Licet ab initio del luglio 1542, Paolo III ripristinò e riorganizzò l'istituto dell'Inquisizione romana, tribunale cardinalizio dotato di poteri senza confini geografici, con compiti di controllo e repressione indipendenti dalle autorità locali tanto laiche quanto ecclesiastiche, contro ogni deviazione eretica, di conservazione della purezza della fede. Essa doveva essere organizzata con regole uniformi e inviolabili; doveva avere la forza di procedere contro ogni dignitario della Chiesa, qualunque fosse il suo grado e la sua condizione, anzi doveva rivolgersi e combattere e a togliere di mezzo gli uomini più eminenti, qualora costituissero un pericolo per la Santa Sede.

D'altra parte, l'imperatore insisteva che Roma dovesse portare avanti il progetto di un recupero pacifico dei protestanti tedeschi. A questo scopo il Papa inviò il Giovanni Morone a Hagenau e Worms, nel 1540; mentre, nel 1541, il Cardinale Contarini prese parte ai procedimenti della Conferenza di Regensburg. Fu Contarini che portò alla formulazione di una definizione, in connessione con l'articolo di giustificazione, nel quale si trova la famosa formula "dalla sola fede siamo giustificati", alla quale venne combinata, comunque, la dottrina Cattolica Romana delle opere buone. A Roma, questa definizione venne rigettata nel concistoro del 27 maggio, e Lutero dichiarò che poteva accettarla solo a patto che gli oppositori ammettessero di aver insegnato in maniera differente da quanto indicato nella presente istanza. Il risultato generale della conferenza e l'attitudine della Curia, compreso il rifiuto delle proposizioni di Contarini, mostra un deciso allontanamento dal tentativo di comprensione con i Protestanti. Tutto ciò che ci si poteva quindi aspettare dal Papa era che avrebbe cooperato con la repressione violenta degli "eretici" in Germania, così come aveva fatto in Italia, creando per la loro annichilazione un braccio della rivitalizzata Inquisizione.

Il Concilio di Trento

Un nuovo concilio ecumenico fu convocato a Trento, sede di un principato vescovile appartenente all'Impero germanico, con la bolla Laetare Jerusalem per il 2 novembre 1542, ma per lo scarsissimo concorso di prelati fu sospeso il 6 luglio del 1543; venne riconvocato l'anno dopo, il 19 novembre 1544. Gli stati protestanti tedeschi respinsero aspramente l'invito; Lutero sfogò nuovamente il suo astio verso il papato nello scritto "Contro il papato di Roma, fondato dal diavolo". Nonostante la tanto attesa convocazione del Concilio, probabilmente a causa del rifiuto protestante di parteciparvi, Carlo V si risolse all'uso delle armi. Come alleati egli aveva guadagnato, oltre suo fratello, re Ferdinando, il duca Guglielmo IV di Baviera, alcuni principi protestanti (tra cui il duca Maurizio di Sassonia), e lo stesso pontefice, il quale, in cambio, era riuscito ad ottenere l'apertura del Concilio. Il momento sembrò opportuno al pontefice anche per acquisire per suo figlio Pier Luigi i ducati di Parma e Piacenza. Anche se questi appartenevano agli Stati Pontifici, Paolo III pensò di avere la meglio sulla riluttanza dei cardinali scambiando i ducati con i meno preziosi domini di Camerino e Nepi. L'imperatore accettò, a causa della prospettata ricompensa di 12.000 unità di fanteria, 500 cavalieri e una considerevole quantità di denaro. Il 17 agosto 1545 Paolo III erigeva il Ducato di Parma e Piacenza in favore del figlio Pier Luigi, del nipote Ottavio e dei loro discendenti maschi e legittimi per ordine di primogenitura. I soldati promessi da Paolo III furono inviati all'imperatore sotto il comando di Ottavio Farnese. La “guerra smalcaldica” ebbe uno sviluppo molto celere, l'imperatore sconfisse e sciolse definitivamente la Lega nell'aprile del 1547: con questa vittoria l'astro Carlo V fu più rilucente che mai. Ma in realtà il protestantesimo era vinto solo come organizzazione politico-militare, non come potenza religiosa.

L'apertura del Concilio (durato complessivamente 18 anni, con due prolungate interruzioni) era stata fissata per la primavera del 1545, ma a causa di nuove difficoltà essa poté celebrarsi solo nella terza domenica d'avvento (13 dicembre) nel duomo della città. Esso non ebbe particolare influsso sullo sviluppo del protestantesimo come tale e non ebbe nessuna azione conciliativa con la nuova confessione ma si pose in chiara azione anti-protestantesimo. I protestanti, che avevo rifiutato l'invito alla partecipazione, convocarono, nella primavera del 1545, un proprio Concilio a Worms, dove rivendicarono la propria autonomia religiosa dalla Chiesa di Roma, e, per quanto riguardava la dottrina e la disciplina, dichiaravano piena libertà di decisione. Ma il luogo del Concilio non era gradito a Roma. In curia si era accettata controvoglia la scelta di una città dell'impero germanico; più volte si tentò anche di trasferire il concilio in una città più vicina a Roma, ma si dovette rinunciare all'idea per l'opposizione dell'imperatore. L'occasione giunse nel febbraio 1547 quando un preoccupante morbo epidemico (febbre petecchiale) scoppiato a Trento, mise in grave situazione i Legati papali, per la partenza di molti prelati italiani, principali sostenitori del papa. Prima che il guaio fosse irreparabile i Legati decisero, con la maggioranza di due terzi del Concilio di trasferire l'assise a Bologna; il papa confermò il trasferimento. Ma quattordici prelati di tendenze imperiali si fermarono a Trento, e lo stesso Carlo V fu estremamente indignato della traslazione, perché una comparsa dei protestanti tedeschi, ch'egli proprio allora aveva assoggettato alla sua forza in una città dello Stato Pontificio non era proprio pensabile. Perciò egli insistette con ogni energia perché il Concilio fosse riportato a Trento

Ma mentre a nord delle Alpi l'imperatore era stato strumentale al recupero della Germania al cattolicesimo romano, il Papa si distaccò da lui poiché l'imperatore stesso si era tenuto distante nella questione del riconoscimento di Parma e Piacenza a Pier Luigi, e la situazione giunse ad una rottura totale quando il vice-reggente imperiale, Ferrante Gonzaga, procedette all'espulsione forzata del figlio del Papa.

Il Duca venne assassinato a Piacenza e Paolo III credette che ciò non potesse essere accaduto all'insaputa dell'imperatore. La situazione si era, comunque, ancora più inasprita per una violentissima protesta dell'imperatore (gennaio 1548) e per il suo agire arbitrario presso la Dieta di Augusta, dove aveva fatto emanare un provvedimento provvisorio, il cosiddetto Interim del 30 giugno 1548. Questo documento, tanto dal lato dottrinale come da quello disciplinare, era sostanzialmente cattolico, però concedeva ai protestanti il matrimonio dei preti e il calice ai laici fino a una decisione definitiva del concilio. Della restituzione dei beni ecclesiastici sequestrati non si faceva parola. Il papa ne fu scontentissimo perché vi vedeva un'ingerenza indebita dell'imperatore nella sfera dei diritti ecclesiastici. Per questo agire arbitrario di Carlo V, a cui si aggiungeva la morte di Francesco I che privava il pontefice di un forte alleato, e per l'ostinazione di Ottavio che si era ripreso il Ducato di Parma e Piacenza, il 13 settembre 1549 (due mesi prima della sua morte), Paolo III sospese il concilio.

Morte ed eredità di un grande pontefice

Dopo quindici anni di densissimo pontificato, che l'avevano visto protagonista principale delle vicende europee non solo religiose, in conseguenza di un violento alterco a questo riguardo con il Cardinal Farnese, il Papa, ad ottantun anni d'età, ne venne così agitato da cadere in una malattia per la quale morì. Paolo III si spense a Roma il 10 novembre 1549. Fu sepolto nella basilica di San Pietro. Il 18 febbraio 1546 era morto anche Martin Lutero. Paolo III, forse unico fra i pontefici del suo tempo ad aver seriamente compreso la portata e le conseguenza di tale Riforma, è ancora oggi considerato un grande pontefice.

Paolo III fu uno dei più grandi mecenati del Rinascimento italiano. Accordò protezioni a dotti e letterati, fece costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi monumenti romani, promosse un grandioso sviluppo edilizio di Roma, abbellendola con nuove vie e fontane, spendendo cifre astronomiche per migliorarne la viabilità. La moneta detta 'giulio', dopo di lui, prese a chiamarsi 'paolo'. Prima ancora dell'elezione al soglio pontificio riuscì ad accumulare quella che oggi è conosciuta come 'collezione Farnese' Tra i protagonisti di questa stagione, il più grande fu Michelangelo, ritornato a Roma nel 1534, e fermatovisi fino alla morte avvenuta trent'anni dopo. All'artista nel 1534 Paolo III commissionò il Giudizio Universale (Michelangelo). In seguito gli affidò molti altri incarichi, tra cui quello di sovrintendente a vita ai lavori della Basilica Vaticana e la realizzazione di Piazza del Campidoglio.