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Storia del Pontificato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Gregorio  VII

 

Fonte: Wikipedia

San Gregorio VII, nato Ildebrando Aldobrandeschi di Soana (Sovana, ca. 1020/1025 - Salerno, 25 maggio 1085), fu Papa dal 1073 alla sua morte. Uno dei più grandi papi riformatori, Gregorio è noto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con l'Imperatore Enrico IV.

Ildebrando nacque a Sovana, un piccolo villaggio della Toscana dove esiste ancora la sua casa. Venne inviato a Roma in giovane età per la sua educazione; un suo zio era infatti abate del monastero di Santa Maria sull'Aventino. Tra i suoi maestri sembra vi fosse Papa Gregorio VI. Quando l'imperatore Enrico III depose Gregorio VI e lo esiliò in Germania, Ildebrando lo seguì. Come egli stesso ammise in seguito, non era desideroso di attraversare le Alpi, ma la sua permanenza in Germania fu di grande valore educativo, e importante per la sua successiva attività ufficiale. A Colonia fu in grado di continuare i suoi studi. Ildebrando tornò a Roma con Leone IX. Sotto di lui iniziò a lavorare nel servizio ecclesiastico, diventando sottodiacono della Chiesa Romana. Operò come legato papale in Francia, dove dovette gestire la questione di Berengario di Tours, la cui visione dell'Eucarestia aveva provocato una controversia.

Alla morte di Leone IX venne mandato dai Romani, come loro inviato, alla corte tedesca, per condurre i negoziati per la successione. L'imperatore si pronunciò in favore di Papa Vittore II che nuovamente impiegò Ildebrando come legato in Francia. Quando Stefano X venne eletto, senza previa consultazione della corte tedesca, Ildebrando e il vescovo Anselmo di Lucca vennero inviati in Germania per assicurarsi un tardivo riconoscimento, e riuscirono ad ottenere il consenso dell'imperatrice Agnese di Poitou. Stefano, comunque, morì prima del ritorno di Ildebrando e, con la frettolosa elevazione del Vescovo Giovanni da Velletri, l'aristocrazia romana fece un ultimo tentativo di recuperare l'influenza perduta sulla nomina al trono papale: un procedimento che era pericoloso per la Chiesa in quanto implicava un rinnovo del disastroso regime patrizio. Il superamento della crisi fu essenzialmente opera di Ildebrando. Contro Benedetto X, il candidato aristocratico, egli appoggiò un Papa rivale, nella persona di Niccolò II, il cui ufficio si distinse per gli eventi che esercitarono una forte influenza sulle politiche della Curia nel corso dei due decenni successivi: il riavvicinamento con i Normanni nell'Italia meridionale, e l'alleanza con il movimento "democratico" e di conseguenza anti-germanico, dei Patari nell'Italia settentrionale.

Fu sempre durante questo pontificato che entrò in vigore la legge che trasferiva l'elezione del papa al Collegio dei cardinali, sottraendola quindi ai nobili e al popolo di Roma e diminuendo l'influenza tedesca sull'elezione. Quando Niccolò II morì e gli successe Alessandro II, Ildebrando apparve sempre più come l'anima della politica della Curia, agli occhi dei suoi contemporanei. Le condizioni politiche generali, specialmente in Germania, erano all'epoca molto favorevoli alla Curia, ma utilizzarle con la saggezza che venne dimostrata fu nondimeno un grande successo, e la posizione di Alessandro alla fine del suo pontificato era una brillante giustificazione dell'impostazione Ildebrandina.

L'elezione al papato

Alla morte di Papa Alessandro II (21 aprile 1073), Ildebrando divenne Papa con il nome di Gregorio VII. La modalità della sua elezione fu aspramente contestata dai suoi oppositori. Molte delle accuse mossegli potrebbero essere state espressioni di disistima personale, soggette a sospetti per il semplice fatto che non vennero sollevate per contestare la sua promozione se non molti anni dopo che questa avvenne; ma risulta chiaro dai suoi stessi resoconti delle circostanze della sua elezione, che venne condotta in modo molto irregolare, e che le forme prescritte dalla legge del 1059 non vennero osservate. Il 22 maggio ricevette l'ordinamento sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale.

Il cardine dei progetti politico-ecclesiastici di Gregorio VII va ricercato nella sua relazione con la Germania. Fin dalla morte di Enrico III, la forza della monarchia tedesca si era seriamente indebolita, e suo figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne. Questo stato delle cose fu di aiuto al Papa. Il suo vantaggio venne ulteriormente accentuato dal fatto che nel 1073 Enrico aveva solo ventitré anni ed era ancora inesperto.

Nei due anni seguenti Enrico fu costretto dalla ribellione sassone a scendere ad ogni costo a termini amichevoli con il Papa. Di conseguenza nel maggio 1074 fece penitenza a Norimberga, alla presenza dei legati papali per espiare la sua continuata amicizia con i membri del suo consiglio che erano stati banditi da Gregorio, prestò un giuramento di obbedienza, e promise di appoggiare il lavoro di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento comunque, che all'inizio gli fece guadagnare la confidenza del Papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i Sassoni con la vittoria nella battaglia di Hohenburg (9 giugno 1075). Enrico cercò quindi subito di riasserire i suoi diritti come sovrano dell'Italia settentrionale.

Enrico inviò quindi il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patari; nominò il chierico Tedaldo all'arcivescovato di Milano, scatenando una prolungata e astiosa diatriba; e infine cercò di stabilire delle relazioni con il duca normanno Roberto il Guiscardo. Gregorio VII replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale, tra le altre cose, accusava il re tedesco di essere venuto meno alla parola data ed aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati; mentre al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini che gli sarebbero stati mossi a questo proposito lo avrebbero reso passibile, non solo del bando da parte della Chiesa, ma della deprivazione della corona. Gregorio fece ciò in un periodo in cui lui stesso era fronteggiato da un oppositore senza scrupoli, nella persona di Cencio, che nella notte di Natale lo sorprese in chiesa e lo portò con se come prigioniero, anche se il giorno seguente Gregorio fu rilasciato.

Il conflitto con l'Imperatore

Le reprimende del Papa, formulate com'erano in un modo che non aveva precedenti, fecero infuriare Enrico e la sua corte, e la risposta fu un concilio nazionale radunato in tutta fretta a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra i ranghi più alti del clero tedesco, Gregorio aveva molti nemici, ed un cardinale romano, Ugo Candido, un tempo in confidenza ma ora suo avversario, si era recato di corsa in Germania per l'occasione e fece la sua comparsa a Worms. Tutte le accuse nei confronti del Papa, che affiorarono alla mente di Candido, vennero ben accolte dall'assemblea, che si impegnò in una dichiarazione secondo la quale Gregorio aveva abbandonato il papato. In un documento pieno di accuse, i vescovi rinunciarono alla loro lealtà. In un altro re Enrico lo dichiarò deposto, e ai romani venne richiesto di scegliere un nuovo Papa [1]. Il concilio inviò due vescovi in Italia, e questi si procurarono un simile atto di deposizione dai vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza. Rolando di Parma informò il Papa di queste decisioni, ed egli fu sufficientemente fortunato da avere l'opportunità di parlare al sinodo che si era appena riunito nella chiesa del Laterano, dove consegnò il messaggio che annunciava la detronizzazione. Per un momento i membri ne furono agghiacciati, ma ben presto si sollevò una tale tempesta di indignazione, che fu solo per la moderazione di Gregorio che l'inviato non venne ucciso.

Il giorno seguente il Papa pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco con tutta la solennità dovuta, lo svestì della dignità reale e assolse i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore. Questa sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla Chiesa e di spogliarlo della corona. Che avesse prodotto realmente questo effetto, o che fosse rimasta una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. Le prove dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione sia in Germania che in Italia. Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre Papi, rendendo quindi un servizio riconosciuto alla Chiesa. Quando Enrico IV cercò di copiare questa procedura ebbe meno successo, e gli mancò l'appoggio della popolazione. In Germania si ebbe un rapido e generale cambio di sentimenti in favore di Gregorio, ed i principi colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto il manto di rispettabilità fornito dalla decisione papale. Quando a Whitsun il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio, in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono; i Sassoni approfittarono dell'occasione d'oro per rinnovare la loro ribellione, e il partito anti-realista accrebbe la sua forza mese dopo mese.

A Canossa

La situazione era ora estremamente critica per Enrico. Come risultato dell'agitazione, che veniva alimentata con zelo dal legato papale, vescovo Altmann di Passau, i principi si incontrarono in ottobre a Tribur per eleggere un nuovo re tedesco, ed Enrico, che stazionava ad Oppenheim, sulla riva sinistra del Reno, venne salvato dalla perdita del trono solo per via del fallimento dell'assemblea dei principi nell'accordarsi sulla questione del suo successore. Il dissenso tra i principi, comunque, li indusse semplicemente a rimandare il verdetto. Enrico, essi dichiararono, doveva chiedere scusa al Papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se all'anniversario della sua scomunica, si fosse trovato ancora sotto bando, il trono sarebbe stato considerato vacante. Allo stesso tempo i principi decisero di invitare Gregorio ad Augusta per risolvere il conflitto. Questi accordi mostrarono ad Enrico il percorso da seguire. Era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti avrebbe difficilmente impedito ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Inizialmente Enrico tentò di ottenere i suoi fini per mezzo di un ambasciata, ma quando Gregorio respinse la sua apertura, si decise a fare la famosa mossa di recarsi di persona in Italia.

Il Papa aveva già lasciato Roma, ed aveva fatto sapere ai principi tedeschi di aspettarsi una scorta per il suo viaggio dell'8 gennaio a Mantova. Ma la scorta non apparve quando ricevette la notizia dell'arrivo del re. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, ma resistette alla tentazione di impiegare la forza contro Gregorio. Scelse invece la mossa inaspettata di costringere il Papa a concedergli l'assoluzione facendo penitenza di fronte a lui a Canossa, dove si era fermato. Questo evento divenne leggendario. La riconciliazione avvenne solo dopo un negoziato prolungato e precisi impegni da parte del re, e fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento, perché dando l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono i suoi interessi politici.

La rimozione del bando non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per un appianamento della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio d'altra parte era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa.

Seconda scomunica di Enrico

Che la scomunica di Enrico fosse semplicemente un pretesto, non un motivo, per l'opposizione dei mobili tedeschi ribelli è evidente. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'installare un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svabia (Forchheim, marzo 1077). All'elezione i legati papali presenti osservarono in apparenza la neutralità, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca del vantaggio che portasse il Papa dalla sua parte. Ma il risultato di questa politica di disimpegno fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti. Alla fine Gregorio decise per Rodolfo di Svabia, dopo la vittoria di questi a Flarchheim (27 gennaio, 1080). Su pressione dei Sassoni, e malinformato sul significato della battaglia, Gregorio abbandonò la sua politica attendista e si pronunciò di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico (7 marzo, 1080).

Ma la censura papale si rivelò molto differente da quella di quattro anni prima. Venne diffusamente sentita come un'ingiustizia, e la popolazione iniziò a chiedersi se una scomunica pronunciata su basi futili avesse diritto ad essere rispettata. A peggiorare le cose, Rodolfo di Svabia morì il 16 ottobre dello stesso anno. Un nuovo pretendente, Ermanno di Lussemburgo, venne avanzato nell'agosto del 1081, ma la sua personalità non era adatta per il capo del partito gregoriano in Germania, e il potere di Enrico IV era ai massimi. Il re, ora più esperto, affrontò la lotta con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere il bando sulle basi della sua illegalità. Venne indetto un concilio a Bressanone, e il 16 giugno dichiarò la deposizione di Gregorio e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. Nel 1081 Enrico aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono, Roma si arrese al re tedesco e Guiberto di Ravenna venne posto sul trono come Clemente III (24 marzo 1084). Enrico venne incoronato imperatore dal rivale di Gregorio, mentre questi dovette fuggire da Roma.

La politica papale nel resto d'Europa

Le relazioni di Gregorio con gli altri stati europei vennero fortemente influenzate dalla sua politica tedesca; la Germania, occupandogli gran parte dei suoi poteri, lo costrinse spesso a mostrare agli altri governanti la moderazione che non concedeva al re tedesco. L'atteggiamento dei Normanni lo costrinse ad un brusco risveglio. Le grandi concessioni fattegli da Niccolò II non solo erano impotenti ad impedire la loro avanzata nell'Italia centrale, ma fallirono nell'assicurare anche l'aspettata protezione del papato. Quando Gregorio venne confrontato duramente da Enrico IV, Roberto il Guiscardo lo abbandonò al suo destino, ed interferì solo quando lui stesso venne minacciato dalle armate tedesche. Quindi, alla ricattura di Roma, abbandonò la città alle sue truppe, e l'indignazione popolare evocata da questo atto porto all'esilio di Gregorio.

Nel caso di diverse nazioni, Gregorio cercò di stabilire una pretesa di sovranità da parte del papato, e di assicurarsi il riconoscimento dei diritti di possesso auto-proclamati. Sulle base dell'"uso immemore" Corsica e Sardegna vennero assunte come appartenenti alla Chiesa Romana. Anche Spagna e Ungheria vennero reclamate come sua proprietà, e venne fatto un tentativo per indurre il re di Danimarca a mantenere il suo regno come feudo del Papa. Filippo I di Francia, con la sua pratica della simonia e la violenza delle sue azioni contro la Chiesa, provocò una minaccia di misure sommarie; e scomunica, deposizione e interdizione apparvero imminenti nel 1074. Gregorio comunque, evitò di tradurre le minacce in azioni, anche se l'atteggiamento del re non mostrò alcun cambiamento, in quanto si augurava di evitare una dispersione delle sue forze nel conflitto che stava per scoppiare in Germania. In Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore ottenne anch'egli dei benefici da questo stato delle cose. Si sentì così al sicuro da interferire in modo autocratico con la gestione della Chiesa, vietando ai vescovi di recarsi a Roma, compiendo nomine a vescovati ed abbazie, e mostrando poca ansia quando il Papa gli tenne una lezione sui principi differenti che aveva circa le relazioni tra Stato e Chiesa, o quando gli proibì il commercio o gli ordinò di riconoscersi come vassallo della sede apostolica. Gregorio non aveva potere per costringere il re inglese ad una modifica delle sue politiche ecclesiastiche, scelse quindi di ignorare ciò che non poteva approvare, e trovò addirittura consigliabile rassicurarlo del suo particolare affetto.

Gregorio, in effetti, stabilì un qualche tipo di relazione con ogni nazione della Cristianità; anche se queste relazioni non finirono invariabilmente per realizzare le speranze politico-ecclesiastiche ad esse collegate. La sua corrispondenza giunse in Polonia, Russia e Boemia. Scrisse in termini amichevoli ai re saraceno della Mauritania in nordafrica, e cercò senza successo di portare l'Armenia a stretto contatto con Roma. Gregorio fu particolarmente preoccupato dall'oriente. Lo scisma tra Roma e l'Impero Bizantino fu per lui un duro colpo, e lavorò sodo per ripristinare le precedenti relazioni amichevoli. Gregorio riuscì ad entrare in contatto con l'imperatore Michele VII. Quando la notizia dell'attacco arabo ai cristiani d'oriente giunse a Roma, e l'imbarazzo politico dell'imperatore bizantino aumentò, Gregorio concepì il progetto di una grande spedizione militare ed esortò i fedeli a partecipare alla riconquista della Chiesa del Santo Sepolcro. Nel suo trattamento della politica e della riforma ecclesiastica, Gregorio non fu solo, ma trovò un forte supporto. In Inghilterra l'arcivescovo Lanfranco di Canterbury gli stette a fianco. in Francia il suo campione fu il vescovo Ugo di Die, che in seguito divenne arcivescovo di Lione.

Politica interna e riforma

L'opera della sua vita fu basata sulla convinzione che la Chiesa venne fondata da Dio e incaricata del compito di abbracciare tutta l'umanità in un'unica società nella quale la volontà divina è l'unica legge; che, nella sua facoltà di istituzione divina, la Chiesa si pone al di sopra di tutte le strutture umane, in particolare lo stato secolare; e che il Papa, nel suo ruolo di capo della Chiesa, è il vice-reggente di Dio sulla Terra, e quindi la disobbedienza nei suoi confronti implica la disobbedienza a Dio: o in altre parole, l'abbandono della cristianità. Ma ogni tentativo di interpretare questo in termini di azione avrebbe costretto la chiesa ad annichilire non un singolo stato, ma tutti. Perciò Gregorio, in qualità di politico desideroso di ottenere alcuni risultati, venne spinto nella pratica ad adottare una posizione differente. Egli riconobbe l'esistenza dello Stato come deroga della Provvidenza, descrivendo la coesistenza di Chiesa e Stato come un ordinanza divina, ed enfatizzando la necessità di unione tra il sacerdotium e l'imperium. Ma mai si sarebbe sognato di mettere i due poteri sullo stesso piano; la superiorità della Chiesa era per lui un fatto che non ammetteva discussioni e del quale non dubitò mai.

Gregorio si augurava di vedere tutti i più importanti motivi di disputa indirizzati a Roma; gli appelli dovevano essere rivolti direttamente a lui; la centralizzazione del governo ecclesiastico di Roma coinvolse naturalmente una riduzione del potere dei vescovi. Poiché questi si rifiutarono di sottomettersi volontariamente e cercarono di asserire la loro tradizionale indipendenza, il suo papato fu pieno di lotte contro i ranghi più alti del clero.

Questa battaglia per la fondazione della supremazia papale è connessa al suo forte appoggio all'obbligatorietà del celibato del clero e al suo attacco contro la simonia. Gregorio VII non introdusse il celibato dei sacerdoti nella chiesa, ma condusse la battaglia con maggiore energia dei suoi predecessori. Nel 1074 pubblicò un'enciclica, assolvendo la gente dall'obbedienza verso quei vescovi che permettevano dei preti sposati. L'anno seguente li incoraggio a prendere provvedimenti contro i preti sposati, privando questi ultimi anche del loro sostentamento. Entrambe le campagne contro il matrimonio dei sacerdoti e la simonia provocarono una diffusa resistenza.

Gregorio morì in esilio a Salerno, dove è attualmente sepolto nella Cattedrale; i Romani e diversi dei suoi più fidati sostenitori lo avevano abbandonato, e il gruppo di suoi fedeli in Germania si era ridotto a un piccolo numero. Sulla sua tomba fu posta la frase: Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio. Fu canonizzato nel 1606.