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Storia del Pontificato

 

 

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Clemente XIV

 

Fonte: Wikipedia

Clemente XIV, nato Gian Vincenzo Antonio Ganganelli (Santarcangelo di Romagna, 31 ottobre 1705 - Roma, 22 settembre 1774), fu papa dal 1769 alla sua morte.

Figlio di un medico, all'età di 17 anni entrò a far parte dell'ordine dei Francescani e divenne insegnante di Filosofia e Teologia. Il suo operato in qualità di reggente del collegio di S.Bonaventura gli procurò la stima di Papa Benedetto XIV, che lo nominò consigliere dell'Inquisizione. In seguito, su raccomandazione di Matteo Ricci, superiore generale dei Gesuiti, Papa Clemente XIII gli concesse la porpora cardinalizia, ma il suo dissenso nei confronti della linea politica del papa lo fece cadere in disgrazia e perdere ogni influenza a corte. Il conclave che seguì alla morte di Clemente XIII fu il più contrastato in almento due secoli di storia. Il destino dell'ordine dei Gesuiti sembrava in bilico, e i principi della famiglia dei Borboni erano più che mai determinati a favorire l'elezione di un papa che accondiscendesse ai loro propositi bellicosi. Lo scontro si prolungò per ben tre mesi, ed alla fine, il 19 maggio 1769, la scelta cadde su Ganganelli, non tanto perché nemico dichiarato dei Gesuiti, quanto perché era il meno inviso alle varie fazioni contrapposte. L'accusa di simonia che gli fu rivolta era sicuramente stata diffusa dai Gesuiti, che nutrivano nei suoi confronti una grande avversione, sebbene non esista alcuna prova che Ganganelli avesse realmente intenzione di sopprimere l'ordine.

Il regno di Clemente si trovò subito a dover frontaggiare una situazione molto difficile; in Portogallo molti auspicavano l'avvento del patriarcato; la Francia manteneva un rigido controllo della sede di Avignone mentre il Regno di Napoli faceva la stessa cosa con quelle di Pontecorvo e Benevento; la Spagna mostrava un atteggiamento ostile, Parma di aperta sfida, Venezia era addirittura aggressiva; la Polonia prendeva in considerazione la possibilità di imporre limitazioni ai diritti tradizionalmente accordati al nunzio apostolico. Per evitare che i contrasti si acuissero Clemente si rese subito conto dell'assoluta necessità di assumere un atteggiamento più conciliante verso tutte queste potenze. Per prima cosa decise di sospendere la pubblicazione della bolla In Coena Domini, in cui si metteva in discussione la legittimità delle autorità civili su quelle religiose; ristabilì poi le relazioni diplomatiche con il Portogallo; abolì la commissione di vigilanza a suo tempo istituita contro Parma. Ma le grandi potenze erano più che mai decise a distruggere l'ordine dei Gesuiti, e sapevano che il papa li doveva assecondare, volente o nolente, in questa loro determinazione. Invano Clemente cercò l'appoggio di altre potenze all'estero. Persino Maria Teresa, sua ultima speranza, soppresse l'ordine in Austria.

Invano Clemente temporeggiò, facendo anche parziali concessioni. Alla fine dovette suo malgrado convincersi che, per il bene della Chiesa, era necessario compiere questo sacrificio, e così, il 21 luglio 1773 promulgò l'edito Dominus ac Redemptor con cui veniva decretato lo scioglimento dell'ordine. Le grandi potenze dimostrarono immediatamente la loro soddisfazione, facendo sostanziali concessioni: Benevento, Pontecorvo ed Avignone furono restituite alla Santa Sede. Sarebbe tuttavia scorretto e riduttivo pensare a quanto accadde in termini di puro e semplice scambio di favori. Clemente stesso aveva in precededenza sdegnosamente smentito questa interpretazione dei fatti. Dal punto di vista formale e legale il comportamento del Papa fu ineccepibile; resta invece oggetto di discussione se gli si possano attribuire responsabilità di natura morale. Da un lato, la soppressione dei Gesuiti è stata definita una vera e propria resa alle forze della tirannia e dell'antireligiosità, un atto di tradimento alla propria stessa coscienza morale, che fu giusta causa di successivi rimorsi. Dall'altro, al contrario, si sostiene con appassionata convinzione che Clemente agì in pieno accordo con la propria coscienza, e che, in fondo, l'ordine aveva meritato il proprio destino a causa delle sue attività molto discutibili, e spesso disdicevoli, che si erano trasformate in vere e proprie offese conto le autorità civili e religiose.

Che i Gesuiti fossero effettivamente colpevoli, e che la loro soppressione fosse giustificata, non c'è in ogni caso motivo di muovere colpe a Clemente, né tantomeno di dubitare che egli abbia agito secondo coscienza. Le dicerie secondo cui il papa, dopo aver firmato l'editto di scioglimento, sia caduto in deliquio, sprofondando in uno stato di grave depressione, sono da considerare assurde illazioni. Il successivo rapido peggioramento della sua salute, seguito dalla morte, avvenuta il 22 dicembre 1774, fu certamente dovuto all'età e a cause naturali. La testimonianza del medico e del confessore dovrebbero essere sufficienti a dissipare le ricorrenti voci di una morte per avvelenamento.

La soppressione dell'ordine dei Gesuiti ha profondamente caratterizzato il pontificato di Clemente, tanto da mettere in ombra i suoi pur meritori tentativi di ridurre il carico fiscale dei sudditi e di riformare la pubblica amministrazione dello Stato Pontificio, nonché il suo atteggiamento favorevole allo sviluppo delle arti liberali e alla diffusione della cultura, di cui il museo Pio-Clementino rimane a perenne testiminianza.

Forse nessun altro papa come Clemente XIV è stato oggetto di giudizi tanto contrastanti. I suoi ammiratori gli attribuiscono tutte le migliori qualità, e lo benedicono come lo strumento inviato della divina provvidenza per ristabilire la pace della Chiesa. I detrattori, al contrario, lo accusano di ingratitudine, codardia e doppiogiochismo. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Clemente era uomo di indole profondamente religiosa e poetica, dotato di nobile ed elevata spiritualità, tutte genuine doti del suo animo. Era inoltre animato dai migliori propositi ed agiva sempre secondo coscienza. Tuttavia era portato istintivamente a indietreggiare di fronte ai conflitti e mancava del coraggio e della lucida determinazione che sarebbero state necessarie nelle circostanze di crisi in cui si trovò ad operare.