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Storia del Pontificato

 

 

 

 

 

 

Storia del Pontificato

Papa Clemente XIII

 

Fonte: Wikipedia

Clemente XIII, nato Carlo della Torre Rezzonico (Venezia, 7 marzo 1693 - Roma, 2 febbraio 1769), fu Papa dal 1758 alla sua morte. Nato da una famiglia veneziana di recente nobiltà, da Giovanni Battista e Vittoria Barbarigo, fu educato dai Gesuiti a Bologna e divenne Cardinale nel 1737.

In precedenza aveva ricoperto diversi e importanti incarichi nella Curia ed era stato vescovo di Padova a partire dal 1743. Divenne Papa il 6 luglio 1758. Nello stesso anno la famiglia Rezzonico celebrava il matrimonio di Ludovico Rezzonico con una rappresentante della potente famiglia Savorgnan. Figlio dell'uomo che acquistò l'imcompleto palazzo sul Canal Grande (oggi Ca' Rezzonico) e ne completò la costruzione, Carlo il pontefice fu famoso per il suo nepotismo rampante.

Nonostante la mitezza ed affabilità del suo carattere retto e moderato, pudico fino all'eccesso (fece ricoprire tutte le statue classiche del Vaticano con le note foglie di fico) e generoso con il suo vasto patrimonio privato, il suo pontificato venne disturbato da contese perpetue circa la richiesta di soppressione dei Gesuiti che provenivano dai circoli dell'Illuminismo francese. Clemente mise l'Encyclopédie di D'Alembert e Diderot nell'Indice dei libri proibiti, un azione che aveva avuto più effetto nei secoli precedenti. Altra e inaspettata resistenza giunse dalle corti meno progressiste di Spagna, Portogallo e del Regno delle due Sicilie. Nel 1758 il ministro riformatore di Giuseppe I del Portogallo, il Marchese di Pombal, espulse i Gesuiti dal Portogallo, e li spedì in massa a Civitavecchia, come "dono per il Papa". Nel 1760, Pombal rispedì a casa il nunzio pontificio e richiamò l'ambasciatore portoghese. Il pamphlet intitolato Breve relazione, rappresentava i Gesuiti come creatori di un regno virtualmente indipendente in Sud America, sotto la loro sovranità, nel quale tiranneggiavano gli indios, il tutto nell'interesse della loro insaziabile ambizione ed avarizia. Indipendentemente dalla consistenza di queste tesi, la causa dei Gesuiti ne usciva così danneggiata.

In Francia, il Parlamento di Parigi, con il suo retroterra fortemente alto-borghese e le simpatie gianseniste, diede il via alla pressione per ottenere l'espulsione dei Gesuiti nella primavera del 1761, e pubblicò estratti dagli scritti gesuiti, gli Extrait des assertions, che forse presi fuori dal loro contesto, certamente fornirono munizioni per gli anti-gesuiti. Anche se una congregazione di vescovi riuniti a Parigi nel dicembre 1761 raccomandò di non intraprendere azioni, Luigi XV promulgò un ordine reale che permetteva alla Società di restare nel regno, a patto che certi cambiamenti essenzialmente liberalizzanti all'interno dell'istituzione soddisfacessero il Parlamento, con un vicario-generale dei Gesuiti francesi che doveva essere indipendente dal Generale a Roma. All'arrét del 2 agosto 1762, con il quale il Parlamento soppresse i Gesuiti in Francia, imponendo condizioni inaccettabili, Clemente replicò con una protesta contro l'invasione dei diritti della Chiesa, e annullò l'arrét. I ministri di Luigi XV non potevano permettere una tale abrogazione della legge francese, e Luigi infine espulse i Gesuiti nel novembre 1764.

Clemente appoggiò caldamente l'Ordine con una bolla pontificia, Apostolicum pascendi, 7 gennaio 1765, che rigettava le critiche ai Gesuiti come calunnie e lodava l'utilità dell'Ordine. Questa venne ignorata ampiamente: entro il 1768 i Gesuiti erano stati espulsi dalla Francia, dalle Due Sicilie e dal Ducato di Parma. In Spagna sembrarono essere al sicuro, ma Carlo III, conscio delle logoranti contese della Francia Borbonica, decise per la prevenzione. La notte tra il 2 e il 3 aprile 1767, tutte le case dei Gesuiti in Spagna vennero circondate, gli occupanti arrestati e imbarcati con i vestiti che avevano addosso, su navi dirette a Civitavecchia. La lettera del Re a Clemente XIII prometteva che la sua indennità di 100 piastre pro capite all'anno, sarebbe stata ritirata a tutto l'Ordine, se chiunque di essi avesse osato scrivere qualcosa in auto-difesa o criticando i motivi dell'espulsione, motivi che si rifiutò di discutere, sia al momento che in futuro.

Più o meno lo stesso destino li attendeva nei territori borbonici del Duca di Parma e Piacenza, consigliato dal ministro liberale Guillaume du Tillot. Nel 1768 Clemente emise una forte protesta (Munitium) contro la politica del governo parmense. La questione dell'investitura di Parma arrivò ad aggravare i problemi di Clemente. I Re borbonici sposarono le parti dei loro parenti, prendendo Avignone, Benevento e Ponte Corvo, e unendosi in una domanda perentoria per la soppressione totale dei Gesuiti (gennaio 1769). Portato agli estremi, Clemente acconsentì a convocare un concistoro per considerare le mosse da fare, ma alla vigilia del giorno stabilito per l'incontro morì (2 febbraio 1769), non senza sospetti di avvelenamento, per i quali comunque, non esistono prove definitive.

Dal Registro Annuale, del 1758: Clemente XIII fu "l'uomo più onesto del mondo; un ecclesiastico esemplare; dai valori più puri: devoto, saldo, istruito, diligente..."